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Maria Pia Quintavalla - Aurelio Samorì



Andavo in visita a mia madre negli inverni ultimi,
quando da anni preferiva restare immobile seduta,
silenziosa sognando un po’ certi pensieri tristi, la vista danneggiata
i piedi e la schiena compromessi, la paura di cadere e di muoversi;
al mio arrivo volevi sfogarti un po’ con me, così dicevi, Lo sai,
che quando vengono a trovarmi, siedono sulla sedia qua di fronte
ma hanno sempre fretta, poi vanno via,
e stringevi gli occhi miopi per far sentire come anche tu
non vedessi bene ma allungandoti verso di me e mio padre,
chiedevi un’attenzione, volavano tristezze e non potevi fermarle,
ti appoggiavi allo schienale, tuo unico sostegno e con la voce
dalla grana piena di suoni amorosi ci parlavi:
Parlavi per intonare una tua antica voce, sensibile profonda
venirci incontro maturare, fiorire e poi cadere seminare
più melodie nella tua stanza, che ne restava scossa,
impregnata al fondo: lamentavi il presente troppo avaro
di gesti affettuosi per te, ma lamentavi anche la sera
le sue solitudini anziane appassite, per poca vita.

Prendevi l’inizio da un qualsiasi ricordo, più spesso strano
lieto  o di tragedia della famiglia e partiva
la danza che ariosa procedeva,
senza limiti di spazio, di profilo vedevo il tuo naso bello e diritto
segnare l’orizzonte, lasciare traccia durevole nell’aria
come la tua voce dare un segno impregnante poi sparire.
Di quei fatti misteriosi cui parlavi,
che ritessevi ogni volta come  tradizione tua,
quel nostro libro detto e non scritto - cui ciascuno
doveva credere per fede,  quando attaccavi a dire,
“Tu non sai quando..” le orecchie mi si spalancavano il fiato
si faceva corto, le mani immobili per non disturbare te sola,
in solitaria positura, la corolla abbassata, vaticinavi e narravi
di noi della tua vita tutta e di generazioni
che ci avevano precedute, e in quella musica dolente e risaputa

si ricreava intera la storia di un popolo.

Altre volte, in non meno feroci perimetri di casa,
nella cucina di San Leonardo dove eri cresciuta,
per la gelosia dei fratelli essi ti rincorrevano intorno al tavolo
dove eri comparsa luminosa,
col rossetto fresco appena indossato e te lo sfregavano via così,
di forza, con un tovagliolo e poi rincorsa, a calci nel sedere
se ti ribellavi.

A Ingrid Bergman dicono che somigliavi, dal profilo perfetto,
ed io pensavo a un’altra Gina, la Lollobrigida, ma nelle foto
eri scolpita più dal sangue spagnolo, nell’ombra degli occhi,
nell’ambrato di pelle un po’ speziata e pura.

 

 
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